mercoledì 14 agosto 2019

La parola di oggi è "Coscienza"



La parola di oggi è COSCIENZA, quella che sempre più persone  sembrano aver perso.

In questi giorni mi sono chiesta spesso :"Ma dove siamo finiti? Com'è possibile che l'umanità sia caduta così in basso? Dove sono finiti quei valori che definiscono Umano il genere a cui apparteniamo?".

Qualche giorno ho letto un fatto di cronaca che mi ha gelata, e che condivido con voi solo per capire cosa stia succedendo nel mondo.


Un ragazzo di venticinque anni stava rientrando a casa in bicicletta, quando un'auto lo ha colpito in pieno facendolo volare sul marciapiede. Il conducente, che si è poi scoperto essere una ragazza di ventotto anni positiva all'alcol e ai cannabinoidi si è fermata dopo cinquecento metri solo per togliere la bicicletta che era rimasta incastrata sotto la sua auto, lasciando il ragazzo a terra privo di soccorso. E se n'è andata.

Avete capito bene, se n'è andata, e il ragazzo, abbandonato sul ciglio della strada è morto.
Era un figlio, un amico, un fratello, forse un fidanzato, ma era soprattutto un essere umano. Come si fa a non avere un minimo di coscienza, se non per fermarsi almeno per chiamare subito qualcuno che potesse aiutarlo?
Come si fa a scappare sapendo di aver deciso unilateralmente della vita di una persona senza il benché minimo senso di colpa o ripensamento?
Siamo caduti così in basso? Cosa sta succedendo al genere umano?

Abbiamo barattato la nostra coscienza e nostri valori per cosa? Per il successo e il dio denaro? Per il "ti fotto io prima che lo faccia tu?" Per una libertà che in realtà è una schiavitù col vestito della domenica?

Possibile che nessuno si fermi più a riflettere su niente? Che si rimanga sconcertati delle cose il primo giorno poi tutto nel dimenticatoio e si va avanti senza aver imparato niente ?

Il genere umano sta regredendo alla velocità della luce, la tecnologia ha fagocitato le nostre coscienze e i nostri valori, una parte dell'umanità è a un punto di non ritorno, e l'altra sta arrancando per salvare il salvabile colpita però da ogni angolazione.

Andiamo avanti come automi, pianificando tutto senza vivere niente, credendo che libertà sia assenza di regole, invece di sapere che libertà è scegliere come comportarsi in un sistema regolato da valori e buon senso.

Distruggiamo la natura, emarginiamo la diversità, facciamo del male ai più deboli, ci fottiamo a vicenda perchè "mors tua vita mea", al posto della coscienza abbiamo i like e lasciamo morire i ragazzi sulle strade.

Svegliamoci prima che sia tardi, e per una volta nella storia dell'umanità, cazzo non salviamo Barabba!!

venerdì 11 maggio 2018

Destino o alibi?








Si dice che ognuno abbia il proprio destino, ma sarà vero?
E soprattutto cos’è il destino?

Un alibi per non fare scelte e non assumersi la responsabilità della propria vita, o la conclusione di un viaggio di cui possiamo scegliere tempi e modi ma non il finale?

Se qualcosa è destinata a noi, troverà comunque il modo per raggiungerci oppure siamo noi che con le nostre scelte determiniamo il corso degli eventi?

E se facciamo un errore, perdiamo forse il nostro destino? 

C’è S., uomo intelligente e pragmatico, che sostiene che sì, se “sbagliamo” perdiamo il nostro destino. In questo viaggio chiamato vita, “se si guida alla “cazzo” si rischia di perdere grandi opportunità. Se invece si guida rispettando se stessi e i propri valori, scoprendo qual è il nostro ruolo in questa vita, che cosa vogliamo davvero e credendo in noi stessi, allora si vince ”.
Secondo lui ci sono due giocatori, noi e il destino, ma l’errore più grande che commettono le persone è quello di lasciar il gioco in mano al secondo, delegando a lui la responsabilità della nostra felicità per pigrizia e immaturità, salvo poi lamentarsi di come vanno le cose.

Poi c’è D., un uomo che cavalca la vita in cerca dell’amore vero, sconveniente, folle, totale, che ha invece una visione più romantica della vita, in cui il destino ha l’ultima parola. E’ vero, le nostre scelte e i nostri errori possono farci prendere altre strade, ma se un’esperienza deve essere sul nostro cammino, possiamo girarci intorno quanto vogliamo, prima o poi finiremo per viverla, perchè magari è l’unico modo per insegnarci una lezione che altrimenti non riusciremmo ad apprendere.

M., invece, apparentemente distaccato ma in realtà attento e profondo, non dà delle risposte, ma formula altre domande: 
“Il destino è un punto di arrivo o è il coraggio delle scelte a determinarlo un passo alla volta con la possibilità di modificalo se vogliamo?”
“ Non è che la parola destino è più una paraculata che altro? Un po’ come il detto della volpe con l’uva, se non ci arrivo è perché forse non devo arrivarci!”

Gli uomini sono più pragmatici quando si parla di destino, per loro sono le azioni che creano le circostanze, e sono le scelte a determinare un domino di situazioni che altrimenti non sarebbero accadute. 
E per un certo verso è così, nel senso che se la vita ci dà delle opportunità ma noi non le cogliamo, per pigrizia, insicurezza, e via dicendo, non possiamo sbloccare una situazione che magari aspetta solo una nostra decisione per aprirci nuovi scenari.
Se aspettiamo che “il destino” ci porti quello che vogliamo, sarà una lunga attesa se noi per primi non decidiamo di andargli incontro.

Non la pensa proprio così E., donna solida e godereccia, che nella sua visione romantica della vita crede fermamente che se qualcosa è destinato a noi troverà comunque il modo per raggiungerci, a prescindere da quello che facciamo.
“Ci voglio credere in questo destino, così se anche dovessi fare qualche errore, poco male, perderò solo un pochino più di tempo”.

E le dà man forte S., vulcanica e sincera,  che sostiene a gran voce che ci sono situazioni che se devono accadere lo faranno lo stesso, anche con tutta la buona volontà per evitarle.

“Non troppo Dio, non troppo io”, direbbe il maestro spirituale nel film “Mangia, prega , ama”, nel senso che non si può lasciare tutto al fato ma nemmeno credere che tutto sia solo farina del nostro sacco.
Credo che la verità sia nel mezzo, nel senso che c’è una strada indicata per ognuno di noi, ma che dobbiamo metterci del nostro per raggiungere la meta.
Senza impegno, determinazione e volontà di riuscire non otterremo mai nulla, ma sono anche dell’avviso che il destino ci metta sulla strada le giuste indicazioni per arrivare al nostro obiettivo, per realizzare un sogno, per trovare l’Amore….

Lo dice anche un vecchio adagio, “aiutati che il ciel ti aiuta”, e persino Antony Robbins quando sostiene che “non possiamo cambiare il vento, ma possiamo orientare le vele”.

Quindi ci resta solo una cosa da fare: capire la direzione che vogliamo seguire e poi muoverci seguendo i segnali, il vento e il nostro cuore…

Il resto è “destino”….


mercoledì 28 marzo 2018

Oltre lo sguardo..

Immagini di Patricia Quinto Cotarate Photographer

Basta camminare sulla battigia per capire che il mare è la più grande allegoria della vita esistente.

Calmo, increspato e in tempesta, mosso, imprevedibile e profondo. 
La vita è così, a volte inquieta e burrascosa, altre volte calma e fluida, ma mai ferma, anche quando sembra piatta.

Sarà il profumo che emana, la schiuma che si forma quando le onde arrivano a riva per poi tornare indietro, sarà che è il mare che abbiamo dentro a creare le nostre tempeste, ma nessun elemento naturale racconta la vita come “lui”.




Osservo i sassi, uno vicino all’altro, e penso che siamo tutti sulla stessa barca, tutti esposti alla marea, agli eventi che travolgono le nostre esistenze e ci cambiano per sempre.

Possiamo essere anche grandi e spigolosi, ma la vita smussa gli angoli ed erode le nostre certezze, creando nuove spazi di crescita e adattamento.


A volte crediamo di non uscirne vivi, di rimanere seppelliti dall’impetuosità degli eventi, e invece come la Fenice, rinasciamo dalle nostre ceneri, con qualche cicatrice forse e un bagaglio di lezioni che non dimenticheremo mai, ma rinasciamo ancora, il primo giorno del resto della nostra vita. 

Il tempo passa, si formano nuovi equilibri, quello che credevamo ci avrebbe sommerso in realtà ci ha insegnato a respirare sott’acqua.


E torniamo a camminare per le vie del mondo fino alla prossima onda che nel bene e nel male ci fornirà nuova spunti di crescita ed evoluzione.
Con una consapevolezza in più, però, quella che non siamo soli a percorrere il viaggio, che siamo tutti uniti da un destino comune, che è quello di resistere alle avversità, di adattarsi ai cambiamenti, e di essere fluidi come l’acqua fra gli scogli, che si infrange inizialmente, ma poi si fa strada in ogni anfratto.
Fluidi e allo stesso tempo solidi come i sassi fra la schiuma profumata, che vengono travolti ma non si spostano mai.



Come in alto così in basso, dice un vecchio adagio, il cielo che a volte si confonde col mare, il mare che sconfina nell'orizzonte, i confini che non esistono più, e presenze che si fanno vedere solo per un istante, per ricordare che ciò che non si vede non significa non esista, e che siamo un tutt’Uno col mondo che ci circonda. 





Grazie a Patricia Quinto Cotarate, fotografa dotata di grande  talento e sensibilità per le splendide immagini che colgono con precisione e maestria i messaggi dell'Universo.
E grazie soprattutto per aver scelto me per questo progetto che insegna a spingersi "OLTRE LO SGUARDO", risvegliando quel sentire profondo che ci ricorda di essere parte di qualcosa di più grande.
Il suo talento e la sua amicizia sono per me un grande dono e fonte di crescita e stupore continuo.

Con gratitudine...




lunedì 5 marzo 2018

L'Amore è per la gente vera...







C'è una mia cara amica, P., una donna in cerca dell'amore, quello che consuma, sconveniente, folle, autentico.

Non cerca l'uomo perfetto, ma l'uomo che la sappia amare come lei ha bisogno di essere amata.
Un uomo onesto, cazzo, corretto, che non si nasconde dietro a scuse infantili se non è coinvolto, se non si vuole impegnare, se non vuole condividere niente che non sia sesso occasionale per passare il tempo e ingannare l'attesa di questa vita.
Lei è una donna "tonda", piena di sentimento, di cuore, di desiderio di condividere il tempo, lo spazio, le sue passioni con un uomo che non  sia solo all'altezza delle aspettative che ha, ma che le superi prepotentemente con la forza di una personalità matura e travolgente.

E poi c'è S, vulcanica e godereccia, che dopo la triste fine di un matrimonio che credeva basato sulla sincerità (che ha scoperto in seguito essere solo la sua) cerca un uomo col quale ridere, col quale confidarsi, che sia un buon amico e un uomo trasparente, da cui non aspettarsi sorprese, che se dice sì è sì, no è no, non mi interessa non gli interessa, ci voglio provare ci prova davvero. 
Un uomo "vero", nel senso di autentico, che si assume la responsabilità delle sue parole e che alle stesse fa seguire i fatti. Un bipede dotato di coerenza e intelligenza.

Non bisogna mica essere dei supereroi, basta essere onesti, e avere il coraggio di parlare chiaro e non nascondersi dietro a un dito di menzogne che poi diventano un muro che non si abbatte più. Anche perchè le bugie si sentono e lasciano dentro un'amarezza tale da deludere anche l'animo più gioioso.
Il problema è che tutti vogliono sembrare perfetti agli occhi degli altri, e tessono tele di finte verità che prima o poi crollano come castelli sulla sabbia. 

Sapete cosa penso? Che le persone che vogliono le stesse cose esitano ma non riescano ad incontrarsi, perchè sono così impegnate a cercare di essere qualcuno che non sono per piacere a qualcun altro che fa la stessa cosa, che non si ricordano più chi sono davvero e finiscono per perdersi completamente, senza sapere che ciò che stavano cercando era proprio davanti ai loro occhi ma non lo avevano riconosciuto.

E a volte il nostro bisogno di amore ci inganna, creando un miraggio che solo col tempo si mostra per quello che è: un'illusione.
E' come se l'imperativo principe quando si conosce qualcuno sia quello di far vedere ciò che vorremmo essere ma che in realtà non siamo, la migliore versione di un noi ipotetico, il meglio del meglio che c'è in circolazione  senza sbavature.
Ma non è così, la perfezione non esiste, e il cielo ce ne scampi! I difetti, le mancanze, i limiti, le difficoltà sono il sale di un rapporto, il mattoncino su cui costruire una relazione onesta, in cui le zone d'ombra non diventano buchi neri che ci inghiottono per sputarci poi altrove, ma un'occasione di crescita e l'opportunità per creare un'intimità autentica e profonda.

Ho l'impressione però che oggigiorno nessuno abbia più voglia di investire davvero in una relazione. Tutto rimane superficiale, nessun coinvolgimento vero, appena si paventa la possibilità di legarsi a qualcuno si tira il freno a mano e si cambia direzione.
E dire che quando le emozioni ci travolgono la vita sembra assumere un altro sapore, tutto diventa degno di essere vissuto, un film di cui scrivere ogni giorno una scena nuova ed avvincente.
E invece si vive in punta di piedi, attenti a non sconvolgere falsi equilibri tristi, a non permettere a nessuno di vedere oltre la coltre grigia delle nostre paure. Una farsa continua, che a forza di essere recitata finiamo per credere sia la realtà.

Ma se non ci mostriamo veramente per quello che siamo, nessuno potrà amarci davvero sinceramente. Non dobbiamo fingere di volere qualcosa o essere diversi da ciò che siamo per piacere a qualcuno. Se lui o lei non ci apprezza, ci sarà qualcun altro che lo farà. E invece la paura di restare soli e di non essere all'altezza delle situazioni ci porta spesso ad indossare una maschera che poi diventa una gabbia che non riusciamo a togliere più.

Il bisogno di Amore ci rende fragili e sottolinea una profonda insicurezza personale che ci fa sentire "NON ABBASTANZA".

Ma per avere cose mai avute bisogna fare cose mai fatte.

Quindi, per avere un Amore vero bisogna essere come ciò che desideriamo, autentici, senza compromessi, senza accontentarsi, senza paura.

Un grande amore prevede un grosso rischio, tutto dipende da quanto lo desideriamo e da quanto siamo disposti a metterci in gioco. E se capiamo che chi abbiamo davanti non viaggia con noi, cambiamo treno, cambiamo destinazione, andiamo per la nostra strada, prima o poi il giusto compagno di viaggio arriverà, non sprechiamo tempo prezioso che non tornerà più.

Per un viaggio che faccia davvero la differenza ci vuole coraggio, il coraggio di essere trasparenti, vulnerabili e disposti a vivere la vita col piede sull'acceleratore, sempre.

La vita è una, e far finta di viverla è il peggior torto che possiamo fare a noi stessi.
Pensiamoci.

sabato 10 febbraio 2018

Speedlove....




Si dice che non basti una vita per conoscere una persona, eppure a volte bastano pochi minuti per capire se chi abbiamo davanti merita una seconda chance.
Se è vero che l’abito non fa il monaco, è altresì vero che a volte lo fa!!
E le reazioni sensoriali che nascono quando incontriamo una persona per la prima volta ci dicono molto, non tanto su di lui, ma su di noi, su quello che vogliamo davvero e su quello che non siamo disposti ad accettare.

Quante volte ci è capitato di dire:” Ho conosciuto una persona, ci ho parlato qualche minuto e ho sentito subito un certo feeling?!”
Su questo principio si basa lo SPEED DATE, metodo di incontro fra i più discussi ma anche anche frequentati.!!

Che cos’è?

E’ l’incontro fra sconosciuti (uomini e donne in numero uguale)che si parlano per pochi minuti. Le donne sono sedute ognuna a un tavolino e gli uomini ogni tre minuti scorrono a quello vicino. In questo modo tutti parlano con tutti.
Vietato scambiarsi numeri di telefono o mail fino alla fine del giro, e li potranno avere solo gli uomini ai quali le donne avranno scritto SI’ su un foglietto, e sempre che anche loro abbiano fatto lo stesso (il cosiddetto match).
Quando se ne parlò per la prima volta, il sociologo Francesco Alberoni commentò così: “E’ una pazzia, durerà pochissimo”.
Invece lo speed date ha compiuto vent’anni. Il primo fu organizzato a Los Angeles nel 1998, e in Italia esiste da ben 15 anni.

Perchè così tanto successo? E soprattutto, è davvero possibile incontrare qualcuno che possa fare la differenza in soli tre minuti? 
Qual è la parola magica che fa scattare l’interruttore dell’interesse?
L’aspetto fisico arriva sicuramente per primo, e possiamo dirci quanto vogliamo che la bellezza non è tutto , ma se quello che vediamo non ci piace, o semplicemente non c’è quella sensazione a pelle che ti spinge ad andare oltre, sarà difficile fare il passo successivo.
Puoi essere anche Giacomo Casanova, ma se in tre minuti riesci solamente a identificarti e a chiarire che non hai reati a carico, l’interesse è difficile che decolli.
Qual è allora l’ingrediente magico che determina la scelta? 
Cosa colpisce in prima battuta? Quello che dice, o quello che non dice? Quello che arriva a pelle o le sensazioni che sotto pelle mandano un messaggio?

Si dice che basti un attimo per innamorarsi di qualcuno, ma è anche vero che non basta una vita per conoscere una persona.
Si dice anche che gli occhi siano lo specchio dell’anima e che sia facile capire se uno mente avendolo davanti, ma vi ricordo che i migliori bugiardi sono quelli che lo fanno guardandovi in faccia.
E allora perchè scegliere lo speed date per incontrare qualcuno?

Dall’indagine che ho effettuato i motivi possono essere diversi:

  • gli altri metodi non hanno dato i risultati sperati e si cercano nuove strade nella speranza di incontrare qualcuno che valga la pena conoscere;
  • Vincere la solitudine o la propria timidezza/ insicurezza nel conoscere un’altra persona. Agli speed date si va da soli e si è “costretti” a interagire con l’altro.
  • Non si ha il tempo o la voglia di “faticare” per incontrare qualcuno, e si sceglie questo strumento per massimizzare le possibilità di riuscita.
  • Curiosità

In una società che ha fatto dell’uso del tempo il metro di giudizio di ogni situazione, come si inserisce il bisogno crescente di conoscenza e interazione?
Se tre minuti è l’intervallo dentro il quale sparare le cartucce migliori per destare l’interesse dell’altro, come possiamo sperare di vivere una relazione a lungo termine senza cadere nella noia e nella superficialità?


Quando si parla di amore, c’è davvero un “tempo” da rispettare?


martedì 21 novembre 2017

Il tempo di un caffè....riflessioni..



A distanza di una settimana dal “Tempo di un caffè”, è tempo (scusate il gioco di parole) di qualche riflessione. 

Avrei potuto scrivere qualcosa a caldo nei giorni stessi dello svolgimento di questo splendido esperimento, ma ho voluto far decantare il tutto per permettere ai contenuti salienti di venire a galla.
Come l’anno scorso, e forse meglio dell’anno scorso, più che un esperimento è stata una manifestazione di intenti, non solo quelli degli organizzatori, ma anche quelli di chi ha partecipato. 
E sono stati tanti.

Ognuno con la sua storia, la sua curiosità, la voglia di incontrarsi di nuovo vis a vis e parlare. 
Sì, parlare, come si faceva una volta. E di cosa si è parlato? Di tutto, di se stessi, della vita e di cosa ci si aspetta da questo pazzo mondo, il tutto partendo da una parola estratta casualmente da una scatola posta in mezzo al tavolo.

E da una parola si è spaziato ovunque, perchè ognuno dà un significato che è solo suo, che proviene dal suo vissuto e dalla sua sensibilità. E tutti questi significati hanno creato una storia, la storia di quella parola, raccontata da un gruppo di persone sorseggiando il caffè.

Una grande magia e un grande potere scaturisce da questi momenti, in fin dei conti, “all’inizio era il VERBO”, e dal VERBO iniziò tutto, la conoscenza, lo scontro, l’incontro ma in ogni caso un confronto che arricchisce e poi non si è più gli stessi.
Il freddo della tecnologia è rimasto chiuso in una scatola, mentre si è fatto spazio il calore degli individui, incuriositi e stimolati dall’incontro reale e non virtuale con altri appartenenti allo stesso genere, quello umano. 

E dire che da piccoli ci dicevano sempre di non ascoltare gli sconosciuti… chi lo avrebbe detto che infrangere questa regola da grandi avrebbe regalato invece un momento di vicinanza e allegria senza pari?

Due giorni di ilarità, sorpresa, incanto, la partecipazione di un ragazzo straniero che non si è fatto intimidire dall’ostacolo della lingua, perchè non si comunica solo con le parole, ma anche con la presenza, lo sguardo, una stretta di mano, un sorriso.

Se bambini di nazionalità diversa posso giocare insieme, perchè non lo possono fare gli adulti? Non siamo forse bambini cresciuti? E allora, cosa ci siamo persi per strada, cosa non ci ricordiamo più? 
In questa settimana di riflessione e ritorno alla vita “normale”, ho preso un po’ le distanze dalla tecnologia, preferendo ai messaggi le telefonate, e spesso anche un incontro veloce con gli amici, per un saluto, due chiacchiere, un abbraccio. Per guardarsi in faccia, insomma.

Se mi è mancato il mondo virtuale? Neanche un po’.
Se mi era mancato il CONTATTO con le persone? Non credevo così tanto fino a quando non ho riprovato la sensazione del vivere la vita vera. 

Il tempo? Si trova! Se vogliamo lo troviamo, altroché.
Se invece vogliamo nasconderci dietro al “non ho tempo”, che la maggior parte delle volte è un “non ho voglia”, allora è un’altra cosa.
Certo, gli impegni sono tanti, la vita ci centrifuga e fagocita con le sue mille sfaccettature, ma siamo noi i padroni del nostro tempo, e siamo sempre noi che decidiamo se saltare o no sul treno.

Sta di fatto che fra ”USARE” e “SUBIRE” la tecnologia c’è una bella differenza. 
Utilizzare strumenti veloci e immediati per ridurre le distanze e il tempo con cui si mandano comunicazioni o si interagisce con chi è a centinaia o addirittura migliaia di chilometri da noi è una grande conquista.
Aumentare le distanze con chi abbiamo vicino è invece una grande sconfitta.

Perchè vedete, l’uomo cerca sempre di migliorare le proprie condizioni di vita, è nella  sua natura non accontentarsi della mediocrità, è nel suo destino l’evoluzione e il superare i propri limiti ( spesso autoimposti).

Ma la cosa che lo frega sempre è passare il timone della propri vita agli strumenti che lui stessi crea per migliorarne gli aspetti, finendo per soccombere alla pigrizia, all’indolenza e alla comodità, dimenticando i suoi reali bisogni e perdendo quell’umanità che rappresenta invece il nostro reale stato d’essere.

Sento dire molto spesso “Si stava meglio quando si stava peggio”, ma non è proprio così.
Quel si stava peggio non si riferisce alla vita che si conduceva allora, perchè penso che nessuno voglia tornare a momenti di austerità. Credo invece che venga usata impropriamente in riferimento alla mancanza di tutti gli strumenti che hanno invece sostituito oggi le relazioni umane. Lo hanno fatto, però, perchè noi glielo abbiamo permesso, perchè ci fa comodo, perchè ci siamo impigriti emotivamente e mentalmente, oltre che fisicamente.

Non posso fare a meno di chiedermi: qual è il problema di chi si sta soffocando con un cappio al collo se le estremità della corda è lui stesso a tenerle?



martedì 7 novembre 2017

La tazzina del diavolo...







Robusto, dolce, intenso ed eccitante, nervoso, corposo, oscuro ed accattivante…
Il caffè o lo si ama o lo si odia, non ci sono vie di mezzo, lo si colloca nel Paradiso dei sapori estatici o nell’inferno delle dipendenze viscerali.
La sua intrigante ritualità ha contribuito alla creazione di un mito di cui non si può più fare a meno.

La sua più grande qualità è resa nota già dal nome: quello arabo di “qahwa”( eccitante) dato dai mercanti che intorno all’anno mille riportarono dall’Africa questo prodotto poi chiamato in turco “kahve”e diventato poi il caffè diffuso dai mercanti veneziani sul fare del 17° secolo come “vino d’Arabia”. 

Eppure la bevanda che corrisponde alla mattutina preghiera quotidiana del 65% dei suoi consumatori (su una media mondiale di oltre 4 miliardi di tazzine consumate ogni giorno) di sacro non aveva proprio nulla: anzi, per quella pericolosa eccitazione provocata, la “bevanda del diavolo” venne inizialmente relegata più alle taverne che alle tavole altolocate.

Come uscire dal purgatorio della terra di mezzo per approdare alla spiaggia degli osannati e venerati dei pagani?
Semplicemente puntando al vertice, e fu proprio il rappresentante di Dio in terra a redimerlo dalla sua qualità di esiliato per farlo ascendere a quello di adorato.
Papa Clemente VIII, infatti, incuriosito da questo liquido malefico perché musulmano, decise che il peccato più grande sarebbe stato lasciare una bevanda così buona agli infedeli, e che l’unico modo per liberala dal peccato sarà stato ribattezzarla. 
La “bevanda di Satana” divenne quindi il “caffè” che tutti conoscono, e Venezia la prima città ad ospitare il primo”Caffè” nel 1640, in virtù del commercio esistente e della sua predisposizione all’apertura e alla “contaminazione”.

E la segue a ruota Parigi, città letteraria e mignotta, aperta alle rivoluzioni di ogni genere, culturali, mentali e sensoriali, che portò persino Luigi XIV ad inserire la sua coltivazione nel Jardin du Roi.

Il resto è storia, ma perché non raccontarne un po’?
In fin dei conti chi non ama curiosare nella vita degli altri? I social media insegnano in questo, o no?

Sappiate, cari amici, che nel 1732 Bach scrisse una meno conosciuta Coffee Cantata dedicata proprio al dolce gusto del caffè, e che il caro Beethoven non poteva fare a meno del suo caffè preparato con 60 grani esatti! 

Giuseppe verdi lo definì balsamo per il cuore e lo spirito, ma sul podio degli estimatori dell’ "oro nero” troviamo il re dei romanzieri  di Francia, talmente dipendente e ossessionato dalla bevanda del diavolo da berne (si dice) 50 tazze al giorno, e avergli dedicato un piccolo Trattato ( compreso in un più esteso Trattato sugli eccitanti moderni) come appendice a un’edizione della “Fisiologia del gusto” del gastronomo Brillat-Savarin.

Balzac spiegò, come solo lui poteva fare, le virtù del nero caffè:
“I ricordi arrivano a passo di carica e insegne spiegate, la cavalleria leggera del paragone parte al galoppo; l’artiglieria della logica accorre con treni e carrozze; lo spirito arriva in gran tiro; le figure si alzano e la carta si copre di inchiostro…”.

Lo amava, il caffè, non ci sono dubbi, anche se come spesso succede, le passioni uccidono! Morì infatti di crisi cardiaca a 51 anni!
Un’ingiustizia vera e propria se si pensa che Voltaire, invece, che ne bevve una quantità pressoché uguale unito al cioccolato, arrivò indenne agli ottant’anni!

Forse il suo segreto è stato esagerare, scatenando un picco glicemico evidentemente propedeutico alla creatività più spudorata!



Dolce o amaro, macchiato o schiumato, lungo o corto, espresso o americano, il caffè è il re indiscusso dei riti, aggravante per eccellenza in ogni relazione e rifugio indiscusso di ogni emozione…

“ Sei triste? Fatti un caffè!”
“Sei stanco?..Bevi un caffè”
“Mi piaci…ci facciamo un caffè?”
“Dobbiamo parlare…davanti a un caffè?”
“Ho voglia di qualcosa di buono….mi preparo un caffè”
“Sono confuso…mi ci vuole un caffè..”




Caffè ed emozioni, un connubio perfetto, i pezzi di un puzzle che si incastrano perfettamente, un mix micidiale ed estatico.

Il caffè parla il linguaggio dei sensi e si fa portavoce di parole non dette, si fa taxi privilegiato di sapori pungenti ma necessari.





Come il sesso, il cioccolato e la risata, del caffè non si può fare a meno..
E se fosse facile liberarsene, non si chiamerebbe ossessione

Buon caffè a tutti…;-)