mercoledì 10 maggio 2017

Curiosità..




Sul mio profilo Facebook, alla dicitura “lavoro” c’è scritto: apro stanze nella mente con una sola chiave, la CURIOSITA’.

Mi è arrivato un messaggio privato, molto carino fra l’altro, che si chiudeva con questa frase: “Se dovesse avanzarti un’altra chiave, io la prenderei volentieri”. Mi ha strappato un sorriso, non lo nego, ma allo stesso tempo mi ha acceso una lampadina. Perché chiedi a me una chiave che in realtà tu hai già? E se non la trovi più, dove l’hai messa?

Dentro di noi non si perde mai nulla, è come una casa: nasconde ma non ruba. Eppure a volte si perdono cose importanti di cui ci accorgiamo solo quando qualcuno ce le ricorda.

Come possiamo dimenticarci della curiosità? Cosa è successo dentro di noi che ha spento uno degli interruttori del quadro generale? E come mai ci accorgiamo che la centralina sta fondendo solo quando uno dei fusibili fondamentali è al collasso?

Qui non stiamo parlando di un numero telefonico scomparso dalla rubrica, del nostro libro preferito che abbiamo prestato a non sappiamo più chi o del solito mazzo di chiavi che uscirà di nuovo appena ne faremo uno nuovo, ma della nostra curiosità, di quell’emozione che quando indossata ci spinge oltre, verso territori inesplorati, verso parti di noi che non ricordavamo o sapevamo di possedere.

E la curiosità, come i muscoli, la positività, la volontà, va allenata, altrimenti si spegne, perde il mordente che ha e che permette di vivere una vita sempre nuova e piene di sorprese.

Negli ani ’90 c’era un gruppo inglese chiamato “Curiosità killed the cat”, e un famoso adagio ricorda che “tanto va la gatta al largo che ci lascia lo zampino”, nel senso che a volte la curiosità ci frega, ma questo solo quando non siamo abituati a trattare con lei, quando cioè la facciamo avvicinare dopo tanto tempo che la tenevamo lontana.
Se invece ne facciamo il condimento di ogni momento, nuovo progetto, percorso di crescita e via dicendo, diventa la nostra migliore amica, e ci permetterà di scoprire di noi tante di quelle sfumature che non avremmo detto mai. Ci permette di conoscerci, e anche se sbagliamo e ripetiamo lo stesso errore più di una volta perché vogliamo vedere se questa volta andrà diversamente, non sarà mai tempo sprecato.

In fin dei conti “è meglio pentirsi di aver fatto male che pentirsi di non aver fatto”, dice un vecchio proverbio, e io sono in parte d’accordo. 

La curiosità ci mette in competizione con noi stessi, ci spinge a provare, ad andare oltre i limiti che ci siamo imposti o che crediamo di avere ma che in realtà non abbiamo, ci aiuta a scoprire il mondo, le opportunità a disposizione di chi tenta, di chi è abbastanza coraggioso per andare a vedere cosa c’è dietro la siepe.

La curiosità è donna, si dice, e in un certo senso è così, perché il genere femminile ha un giardino di emozioni molto più rigoglioso e vario di quello maschile, e poi vi ricordo che fu Eva la prima donna a farsi guidare dalla curiosità, con esiti un po’ discutibili ma questi sono dettagli.😉
In ogni caso chi è curioso non invecchia mai, non smette mai di sognare e forse non muore neanche mai…..come potrebbe altrimenti vedere cosa c’è dall’altra parte??

#becurious
#behappy
#befree


mercoledì 26 aprile 2017

Generazione "Anta"



Generazione “ANTA” non è il titolo di una nuova band, ma il brand dei nuovi adolescenti, degli adulti di nascosto, dei “diversamente giovani”, che nonostante il tempo che passa sono rimasti vivi dentro, non rassegnati all’età che cresce, ma sempre ben ancorati a quel fuoco che arde prepotente nel cuore di chi sente la vita in ogni sua parte.

Qualche giorno fa parlavo con un carissimo amico, che ha da poco passato gli anta, non i primi (Quaranta), ma i secondi( cinquanta), e mi ha confessato una paura che a volte assale anche me, quella di non avere più tempo per le cose belle della vita, come le passioni forti, che ti ricordano in ogni istante di essere vivo. Avete presente quando vi innamorate follemente di qualcuno e poi la storia finisce e vi ripromettete di non innamorarvi più per non soffrire ancora? Ma poi sperate con tutto il cuore che accada presto di nuovo perché senza quelle emozioni la vita non ha sapore? Ecco , è questa inquietudine che la generazione ”anta” ha paura di non avere più, quella di aver già sparato le cartucce migliori e non avere più il tempo e il modo per sentirsi “giovane”.

Che poi i giovani di oggi non sanno divertirsi e nemmeno godere appieno della loro magnifica età. Hanno tutto, non devono sudarsi nulla e perdono il gusto della conquista seguente alla fatica di dover dimostrare di avere gli attributi. Gli uomini non sanno più corteggiare perché le donne gliela danno la prima sera, e il gioco della conquista finisce lì.

La generazione “anta” viene da un mondo diverso,in cui dovevi inventarti di ogni per stupire la ragazza di turno, in cui dovevi essere in gamba per colpire il ragazzo più ambito. Era un tempo in cui dovevi sfruttare tutte le qualità che avevi per conquistare il tuo obiettivo, e a volte non bastava neanche quello. Eppure tutto quell’impegno, quel lottare, quel gioco di strategia valeva sempre la pena a prescindere dal risultato.

I ragazzi oggi vivono edulcorando la realtà, non si stupiscono davvero per niente e sembra non siano davvero coinvolti nella loro vita ma che la vivano e guardino come degli spettatori, con un distacco che a volte lascia basiti. Eppure le emozioni che vivono in questa fase della loro età sono le più belle, quelle che accendono, sconvolgono, fanno arrabbiare ma che poi in seguito riconosceranno come quelle necessarie per sentirsi vivi.

Parlando del figlio che ha poco più che vent’anni, il mio amico mi racconta di come non vede in lui quella passione per la vita che aveva lui alla sua età, quel gas che incendiava l’aria e quella voglia spasmodica di fagocitare le situazioni e non farsi scappare nulla. 
Non vede nei giovani di oggi l’attenzione al tempo che passa, la consapevolezza di quello che vivono e l’impegno per fare di ogni istante un momento memorabile, ma un incedere quasi annoiato nella vita.
C’è il lavoro nell’azienda di famiglia, ci sono i soldi, la macchina, il cellulare( che ha sostituito i rapporti interpersonali)c’è la possibilità di accedere facilmente a tutto, e di conseguenza la perdita di entusiasmo quando si ottiene qualcosa per la quale in realtà non si è investito più di tanto.

La generazione “anta” viene da un’altra scuola ed è incomprensibile per lei vedere ragazzi che si lasciano scappare occasioni importanti o che non vivono appieno le situazioni.
Quando si è ragazzi non ci si pensa a queste cose, ma quando il tempo passa e gli anni si fanno sentire,  quello che manca non sono i beni materiali, che sono sì importanti ma non fondamentali, sono le EMOZIONI.

La generazione “anta” teme di non aver abbastanza tempo per le emozioni che squarciano il petto e fanno sentire tremendamente vivi, temono cioè di avere il pane ma non i denti.
I ragazzi al contrario hanno i denti ma il pane non lo trovano neanche se glielo tiri nella schiena! Qual è il compromesso allora?

Ogni generazione ha il suo punto di forza e la sua debolezza, e della generazione attuale il punto debole è sicuramente quello di non assaporare fino in fondo il gusto della conquista, perché in realtà non fa alcuna fatica ad ottenere niente.

La generazione “anta” invece teme di non aver più modo di cavalcare l’onda, e questo crea uno sconforto e un disagio che colpisce nel profondo e che a volte spinge uomini e donne ad infilarsi in avventure ai confini della realtà.


Non posso fare a meno di chiedermi: come mai fino a una certa età il tempo sembra andare al rallentatore e subito dopo iniziare a scorrere alla velocità della luce? Dov’è l’inganno o l’interruttore che rallenta questa corsa? 

E perché di tutto quello che può mancare sono sempre le emozioni che vincono il banco?

mercoledì 5 aprile 2017

Uguali...ma diversi!



Il teatro della cittadina di Dunedin, nell’estremo sud della Nuova Zelanda, ha scelto di usare questo cartello per dare un messaggio di inclusività verso tutte le differenze.
A comunicare la novità è stato lo stesso Regent con un tweet inviato dal suo account ufficiale. Com’è evidente, il cartello mette il bagno a disposizione di persone di qualsiasi genere e natura, compreso un alieno, sotto al quale si legge:

“Qualsiasi cosa, basta che vi laviate le mani”.

“Vogliamo che le persone siano rilassate e per questo abbiamo scelto questo cartello – ha spiegato Hannah Molloy, responsabile del marketing per il Regent Theatre -. Toglie tutte le ansie alle persone che si possono sentire sotto pressione ad andare in un bagno destinato ad uno specifico genere, o ad un altro, quando magari non si identificano con nessuno dei due”.

Personalmente questo cartello mi lascia un po’ perplessa, e non posso fare a meno di chiedermi: 
“Abbiamo davvero bisogno di un cartello per ricordarci che “teoricamente” facciamo parte di un unico genere, quello umano?

E non dico teoricamente in senso provocatorio, ma come realtà dei fatti. Possiamo raccontarci quello che vogliamo, ma siamo così certi di essere “inclusivi” verso tutte le differenze che ci circondano? Nella teoria siamo tutti dei fenomeni, ma nella pratica la nostra barca fa acqua da tutte le parti.

Che poi voglio dire, perché lo stesso cartello non lo mettono all’interno dei locali? O esposto sui mezzi pubblici? O in qualunque altro ambiente “teoricamente aperto a tutti?” Perché proprio in un bagno? Cosa si vuole impedire, le crisi di identità dei confusi? O forse vuole dare l’immagine evoluta di una società aperta e rispettosa dei bisogni e della natura di tutti?

La realtà, cari miei, è ben lontana dal messaggio esposto, che sinceramente offende la mia intelligenza e la consapevolezza della realtà in cui siamo invece immersi.

Non c’è inclusività perché non c’è rispetto delle differenze. E non c’è rispetto per il diverso perché non c’è conoscenza. C’è invece giudizio e paura di ciò che è lontano da noi e che non comprendiamo, e la tendenza ad isolare e allontanare ciò che percepiamo come una minaccia.
Gli unici davvero inclusivi, fino a quando non vengono influenzati dall’ambiente familiare o societario che frequentano, sono i bambini. Per loro l’unica cosa importante è giocare, possono notare le differenze fra i partecipanti, ma una spiegazione semplice e onesta elimina qualunque dubbio o perplessità.

Il problema sono gli adulti. Vi sembra normale che si debba mettere un cartello del genere per cercare di unire “le genti”, o comunque per porre l’attenzione su un aspetto che oggi più che mai divide la società?

Siamo arrivati davvero così in basso? Abbiamo fallito così miseramente come genere?
Che poi questo è solo la punta dell’iceberg. Cosa dobbiamo aspettarci ancora per mostrare al cosmo quanto siamo cretini? Cartelli in cui si fa un’equazione in cui un bianco sta a un nero come un mussulmano sta a un cattolico? E poi ci chiediamo perché gli extra terrestri non ci vengano a trovare.

Oppure mi immagino ristoranti in cui ci sono cartelli che spiegano come bere da un bicchiere senza sbrodolarsi, o come usare un coltello senza uccidere il vicino commensale.. E guardate che nel loro piccolo, i supermercati già da anni hanno creato cartelli in cui si dice di dare la priorità alle casse alle donne incinta o ai portatori di handicap. E la cosa più triste, è che se ti vedono con la pancia di due metri per due ma non chiedi nulla, o sulla carrozzina in fila con gli altri, col cazzo che ti fanno passare! Eppure c’è il cartello!!!!!

Siamo falsamente evoluti così come falsamente inclusivi, poco intelligenti e tristemente moralisti. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, perché c’è un piccolo spicchio di umanità che almeno ci prova ad essere migliore, ma la strada è lunga e non basta un cartello fuori da un cesso per far sembrare una città o una comunità più aperta.

Sapete cosa abbatte i muri dell’ignoranza e dell’esclusività?

La tragedia, il disastro, la triste consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca che sta per affondare. Ecco che le differenze si azzerano, che non guardi più chi ti sta aiutando a sopravvivere con gli occhi foderati di prosciutto, ma lo fai con la maturità di chi vede un altro essere umano che rischia magari la sua vita per salvare la tua. Sono certa che in una condizione del genere nessuno farebbe caso al colore, alla nazionalità, alla religione o al genere sessuale, e non ci sarebbe neanche bisogno di un cartello.

Credo che il primo passo verso l’evoluzione sia quello di un bagno di sana onestà verso se stessi, prima di tutto, seguito dalla volontà di conoscere il diverso e scoprire magari che poi tanto diverso non è.

Senza conoscenza non c’è progresso, crescita e neanche aggregazione.
Senza dialogo non c’è comprensione.

Credo fermamente che non sia necessario convincere le persone che siamo tutti uguali, perché in realtà non è così. Credo invece sia necessario educare i cuori all’accettazione e al rispetto di ciò che è diverso da noi, partendo dal presupposto che diversità non è minaccia né pericolo, ma opportunità di crescita, di scoperta, e questo non vale solo per il genere sessuale, ma per tutto, dall’aspetto fisico all’ideologia.


Un cartello che ci spiega come vivere…no cazzo, eh?!!

mercoledì 22 marzo 2017

Miraggio o realtà?




A volte viviamo situazioni che pensiamo essere in una certa maniera ma che poi si rivelano tutt’altro, e altre volte frequentiamo persone che crediamo siano in un certo modo ma che poi si dimostrano essere completamente diverse.

Non posso fare a meno di chiedermi: perché abbiamo le fette di prosciutto sugli occhi e non ce ne accorgiamo neanche?

Abbiamo bisogno dei miraggi per andare avanti nella realtà? E fino a che punto lo facciamo in maniera inconsapevole?

E soprattutto, quando ci accorgiamo della realtà delle cose, perché a volte ci ostiniamo a continuare su quella strada e non abbiamo invece il coraggio di cambiare direzione?

 Cosa c’è in quell’illusione che ci fa scegliere di restare?

La speranza che tutto possa cambiare? O forse la paura di sentirsi smarriti, persi senza quel sogno in cui magari abbiamo creduto davvero e investito tempo ed emozioni?
Svegliarsi dal miraggio ed aprire gli occhi è una doccia fredda a volte, ha qualcosa di crudele ma estremamente liberatorio. Di fronte alla verità si è nudi, indifesi e persi, ma anche questa è un’illusione, perché dopo poco ci si rende invece conto di essere liberi, liberi di scegliere se continuare a raccontarsi una favola o indossare la nostra armatura più bella ed entrare in campo per vincere la nostra battaglia, quella per una realtà onesta e sincera, appagante e soprattutto vera.

In un mondo in cui tutti si accontentano del mediocre per paura della solitudine e del cambiamento, la differenza la fa chi sceglie di svegliarsi dal miraggio, chi si assume il rischio di sbagliare, di cadere, di farsi male, con la consapevolezza però che la vita ha in serbo per lui qualcosa di più grande e sicuramente migliore di un’illusione che fa acqua da tutte le parti.

A volte però siamo noi che abbiamo bisogno di credere in un miraggio, e anche se questo si rivela per quello che è, cioè un’illusione , continuiamo ad alimentarlo come se la sua presenza riempisse un vuoto, senza accorgerci, invece, che non fa che alimentarlo.
Quando la bolla scoppia, poi, ci restano in mano solo i pezzi di quel miraggio, e una delusione così profonda da lasciare dentro di noi ferite che diventano voragini, e la sensazione netta e tagliente della nostra stupidità, per non aver visto la realtà e a volte per esserci ostinati a perseverare nonostante tutto ci dicesse di mollare.

Ci vuole coraggio per fare scelte scomode e difficili, ma ce ne vuole molto di più per ammettere la realtà delle cose. Noi riempiamo il miraggio di aspettative, desideri, emozioni, e vediamo spesso solo quello che vogliamo, lasciando indietro quello veramente è, e lo facciamo perché ne abbiamo bisogno in quel momento, perché desideriamo che sia esattamente come vogliamo noi, per una volta. Ma quando il miraggio svanisce e la verità si mostra, tutte le nostre certezze scivolano via come acqua fra le dita.

Alimentare un miraggio è pericoloso quando si è vista la realtà almeno una volta, è un dolce suicidio, è come prendere una goccia di arsenico tutti i giorni.

Prima o poi si muore.


venerdì 24 febbraio 2017

Realizza l'impossibile!



Essere se stessi, oggi, è tutt’altro che semplice. Avere una voce fuori dal coro e seguire fortemente solo la propria guida interiore è scomodo e sconveniente. Si viene additati come strani, poco affidabili, teste calde e cani sciolti. L’omologazione che oggi contraddistingue la nostra società ha creato un esercito di replicanti e di menti facilmente controllabili. E’ come se qualcuno, dall’alto, azionasse il telecomando e decidesse di far  fare cosa a chi. E questo vale per tutto, la moda, la spiritualità, la sessualità e persino l’alimentazione.

Un esercito di persone addestrate a non pensare più con la loro testa ma con quella del branco, a scegliere in base alla tendenze collettive e non più in base al sentire personale, a spegnere l’interruttore della propria personalità e unicità a favore di una triste e grigia omologazione .

La catena di supermercati tedesca Edeka, famosa per i suoi spot creativi, ha lanciato una campagna contro l’omologazione alimentare che , vuoi per comodità, vuoi per pigrizia o semplicemente per scelta (indotta), ha provocato negli anni un aumento esponenziale dell’obesità sia negli adulti che nei bambini.



Lo spot racconta di un bambino che ha un sogno, quello di volare, impedito da un “peso” eccessivo, dato dalla sua stazza fisica, amorevolmente nutrita da mappazzoni cosmici sempre uguali. Una famiglia obesa, che abita in una città obesa, dove anche i cani sono obesi e dove tutti mangiano sempre la stessa cosa, come un esercito di bravi soldatini.

Ma quando il perché è forte, il come si trova sempre. Il piccolo voleva spiccare il suo volo, e nonostante diversi tentativi falliti e una certa frustrazione nel sentirsi deriso da tutti per la sua audacia nel voler fare qualcosa di diverso, alla fine realizza il suo sogno.

La metafora dello spot richiama proprio la felicità nel veder raggiunto un obiettivo che si credeva inizialmente impossibile, in questo caso volare. L’obesità è una “malattia” da cui si può guarire, con sacrifici certo, e con una buona dose di volontà e amore per se stessi, uniti alla certezza che possiamo raggiungere obiettivi che pensavamo fuori dalla nostra portata.
Non a caso lo spot si chiama “EatKarus”, che unisce la parola “eat”, mangiare, a “Karus”, il mito di “Icaro”, che costruì insieme al padre delle ali per scappare dalla prigione in cui erano stati rinchiusi dal re Minosse.


Il bambino dello spot, dopo aver fallito diverse volte a causa del suo peso, capisce osservando un uccellino che forse il segreto era in quello che mangiava. Inizia così a cambiare alimentazione, a perdere peso e ad alleggerirsi, fino a quando riesce a realizzare il suo sogno di volare con le ali di carta che aveva costruito nel frattempo.

Cosa insegna questo video dolce e forte allo stesso tempo?

Che dobbiamo liberarci dalle cattive abitudini che appesantiscono la nostra vita,  svincolarci dai condizionamenti che ci impediscono di essere la migliore versione di noi stessi e spiccare il nostro volo verso i sogni che aspettano solo di essere realizzati.

Chi dirà che siamo folli o che non ce la faremo mai  è perché loro per primi sono dei falliti, e siccome sanno di non avere la forza e la capacità di raggiungere un obiettivo dicono a noi che non siamo capaci e che non ce la faremo mai.

Teniamo per noi i nostri sogni e facciamo ogni giorno un piccolo passo verso la realizzazione dei nostri desideri, condividendo solo il risultato, così saremo certi che nessuno tenterà di boicottarci.

Lo slogan dello spot dice: “ Mangia come vuoi essere”

Lo slogan della vita dice: “ Vivi come vuoi essere”.

Love and gratitude…                                  Realizza l'impossibile!


martedì 21 febbraio 2017

Sesso fra umani e robot: siamo davvero pronti?







E dopo il telefono che limona, il robot che ciula, giusto per non farci mancare niente.

Un sondaggio su scala nazionale ha rivelato che il 50% delle donne è insoddisfatta della sessualità all’interno delle relazioni. Ma dico io, c’era bisogno di scomodare un sondaggio nazionale? Bastava andare dalla parrucchiera il sabato mattina per sapere che il sesso appagante non abita lì.

E la dice lunga sull’argomento l’aumento delle vendite dei sex toys, che potrebbero sembrare appannaggio dei single e invece corrono in aiuto delle coppie, che vuoi per noia, per imbarazzo, perché centrifugate dalla quotidianità o semplicemente per pigrizia, vivono la sessualità con lo stesso brio che può avere un bicchiere di acqua naturale.

Il vero problema qui, amici uomini, è che la tecnologia viaggia a velocità della luce per soddisfare i bisogni di possibili acquirenti e che a seconda delle necessità  emergono soluzioni ad hoc che lasciano ben poco all’immaginazione. L’asticella si alza sempre di più e la competizione col mondo cibernetico è sempre più reale. 



L’insoddisfazione sessuale è un campanello di allarme estremamente importante all’interno delle relazioni e spesso e volentieri ne determina la fine. Ma cosa vogliono queste donne che gli uomini di oggi non riescono a dare? Non tutti gli uomini, che sia chiaro, non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma i maschi alpha in circolazione sono davvero pochi, e quelli che esistono se li sono già accaparrati donne intelligenti che ci hanno visto lungo.

Cosa vogliono le donne  a letto?

  • Prestazioni durature e appaganti, non cinque minuti di brio e poi bolla al naso!
  •  Il raggiungimento del piacere per prime e non uomini che consumano tutto il caricatore prima ancora che loro prendano la mira.
  •  Il raggiungimento del piacere.
  • Gioco e complicità

 Forse  queste richieste possono sembrare impegnative per alcuni, ma non per tutti, soprattutto se non sei di questo mondo. In Gran Bretagna si è tenuta una conferenza il cui argomento principale era “Sesso fra umani e robot”, con tanto di prototipo che probabilmente vedrà la luce e l’inserimento sul mercato attorno al 2025.



Questi robot, le cui prestazioni superano di gran lunga quelle degli uomini, rispondono senza dubbio in maniera positiva alle attese delle donne più esigenti e c’è anche chi avanza l’ipotesi (neanche così remota, secondo me) che molte donne potrebbero preferirli agli uomini stessi. In fin dei conti condividere la vita sessuale con un robot eviterà il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, di gravidanze indesiderate e problemi di infedeltà.

L’informatico Alan Touring sostiene che nel 2050 si potrà discutere tranquillamente con un robot senza rendersi conto che è un umanoide.





Questi robot saranno anche sempre pronti  per ogni raptus sessuale delle loro “padrone”, non avranno tempi di recupero, non le lasceranno sul più bello ma le porteranno alla meta e anche più in là, non cadranno in un sonno eterno dopo l’amplesso e saranno disponibili anche alle coccole post rapporto, ma vogliamo mettere un uomo in carne e ossa?

Capisco che dopo questo preambolo il paragone sia difficile e non proprio a favore del genere umano, ma dove li mettiamo tutti quei dettagli che attivano i nostri sensi e a volte dirottano la nostra capacità pensante, come l’odore, il sapore, il calore di un altro corpo vicino al nostro, il suono della voce, l’intensità dello sguardo....

Com’è possibile che un robot sia più appetibile e interessante di un uomo?

C’è chi potrebbe dire che, dopo averli provati, tutto il resto è noia (soprattutto se se lo fa commissionare su misura), ma voglio continuare a fare il tifo per gli uomini.

Cercate di ripigliarvi però, che le sopracciglia ad ali di gabbiano, la pancetta che lievita come non ci fosse un domani, la pigrizia gratuita verso ogni tipo di nuovo stimolo uccide sia la fantasia che la creatività sud-ombelicale. 

Trovate la vostra via di mezzo, per favore,  tornate  a corteggiare, ad accendere il fuoco prima nella testa e poi in tutto il resto, amate la vostra donna come amate voi stessi e se non vi amate abbastanza  iniziate a farlo, che per quanto se ne dica, noi siamo noi, e questi robot non sono un cazzo! (Marchese del Grillo docet).



martedì 14 febbraio 2017

Kissenger...anche No!!!





Questa  non è scienza e  neanche fantascienza, bensì la tristezza più assoluta e l’inesorabile prova del declino del genere umano.

Una cosa sono i rapporti a distanza e un’altra è la distanza nei rapporti, che si crea quando si delega alla tecnologia ciò che è appannaggio dell’essere umano. Lo smartphone oggi è diventato più necessario dei farmaci salvavita. Se lo perdiamo o va in tilt cadiamo nella disperazione più assoluta, come se non ci fossero altri modi per comunicare o far sapere alle persone  che ci interessano che sono nei nostri pensieri.

Anche le chiamate sono ormai diventate obsolete, e pensare che solo la voce di una persona certe volte accende un mondo di fantasia azzerando qualunque distanza. Invece si comunica tramite messaggi, a volte vocali , immagini, video, non si formulano più neanche frasi per comunicare un pensiero o uno stato d’animo, ma si usano aforismi preconfezionati che fanno sembrare tutti un esercito di replicanti col cervello in stand by.

Ore e ore di messaggi, perdita di sensibilità alle dita, una fatica sovrumana per far passare un concetto che spesso e volentieri viene frainteso, quando con una semplice chiamata non solo non ci sarebbero malintesi, ma sarebbe molto più piacevole e divertente. Certo, ci sono occasioni in cui non è possibile, ma farne una regola è davvero triste.

Nell’epoca dei rapporti interpersonali fasulli e virtuali, c’è una new entry di tutto rispetto, sì, il rispetto di sta cippa!!! Un congegno elaborato da chi ha capito che mettersi in gioco davvero è cosa per pochi, e che è molto più facile giocare all’uomo piuttosto che esserlo.

Avete presente l’icona di Whatsapp che viene usata per dire che mandiamo un bacio? Lo smile col cuoricino sulla bocca? Ecco, fra non molto la useranno solo i nerds, perché un team di ricercatori di Londra ha sviluppato un dispositivo che permette di scambiarsi effusioni con lo smartphone attraverso un’applicazione chiamata Kissenger.

Un mini materassino in silicone dotato di sensori è la “protesi”  che tenta di simulare il bacio nella realtà.



Domanda: ma siamo seri?

Un oggetto superfluo per molti, una nuova frontiera per il sesso del futuro secondo altri, non a caso è stato presentato alla conferenza dedicata a “Love and sex with robots” di Londra, palcoscenico privilegiato di progetti e prototipi che pongono l’attenzione su come potrebbe evolversi l’erotismo nell’era dell’intelligenza artificiale.

Che poi di artificiale ha tutto, ma di intelligenza, a parer mio, ha ben poco. Perché secondo me la vera intelligenza è quella emotiva, quella istintuale, quella animale, veicolata sì dalla capacità pensante, ma non certo imbrigliata in mondi virtuali dove i sensi sono castrati oltre modo.

Ma vi vedete a fare i limoni col telefono? No dai, per favore, solo l’immagine mi dà fastidio! 

Eppure sono certa che accadrà, perché la tecnologia sta avanzando inesorabile e le persone tendono a privilegiare il rapporto virtuale invece di quello umano. Ciò che dovrebbe ridurre le distanze le accentuerà, perché verrà usato anche da chi non avrebbe bisogno.
“Perché sbattersi per andare a prendersi un bacio vero quando con questo sistema me la cavo dal divano di casa?”

Come perché, porca miseria!!!???

Perché non c’è niente che possa anche solo lontanamente simulare il calore, il sapore, l’emozione di un bacio vero dato a chi amiamo. Non parlo di chi sta in due continenti diversi e cerca di ridurre la distanza come può (anche se non è una scusante perché io, a suo tempo, ho preso un aereo per andarmi a prendere i baci dell’uomo che amavo che lavorava all’estero), ci sono situazioni indubbiamente di difficile gestione,e la tecnologia qui viene in aiuto.
Parlo di chi abuserà dello strumento, impigrendosi oltremodo e snaturando i rapporti fino a creare un gelo che li annienterà. 
Mi viene in mente la canzone “Che ne sanno i 2000”, e penso che forse in futuro mi chiederò: ma che ne sapete voi delle poste sotto casa per vedere la persona che ti piace anche solo per un istante, dei baci rubati, delle mani sfiorate che fanno venire i brividi, dei chilometri in treno, in macchina per stare anche solo il tempo di un caffè insieme a chi amiamo, delle telefonate chilometriche e del desiderio di quel contatto umano che oggi sembra passato in secondo piano rispetto al virtuale, delle ricerche certosine di informazioni sulla persona che ci interessava attraverso amiche e amici, quando oggi con Facebook sai anche quanti peli uno ha nelle orecchie.

E a san Valentino c’era il bigliettino scritto a mano, cazzarola, non il gif o la frase preconfezionata su Facebook.

Dove andremo a finire di questo passo? Invece che umanizzare il virtuale, stiamo virtualizzando l’umano. Invece di spingere per ritrovare la gioia di vedersi, stare insieme, organizzarsi per rubare al tempo attimi di felicità, mettiamo protesi al nostro cellulare e limoniamo con lui.
Ci rendiamo conto vero?

Se penso a questa applicazione capisco che siamo in mano a chi usa i nostri bisogni per controllare tutto di noi, mente, emozioni, creando dipendenze reali da questi strumenti senza i quali non riusciamo più a stare.

E dire che il bacio, per me, è patrimonio dell’umanità!!!


Dal disagio è tutto.