mercoledì 28 marzo 2018

Oltre lo sguardo..

Immagini di Patricia Quinto Cotarate Photographer

Basta camminare sulla battigia per capire che il mare è la più grande allegoria della vita esistente.

Calmo, increspato e in tempesta, mosso, imprevedibile e profondo. 
La vita è così, a volte inquieta e burrascosa, altre volte calma e fluida, ma mai ferma, anche quando sembra piatta.

Sarà il profumo che emana, la schiuma che si forma quando le onde arrivano a riva per poi tornare indietro, sarà che è il mare che abbiamo dentro a creare le nostre tempeste, ma nessun elemento naturale racconta la vita come “lui”.




Osservo i sassi, uno vicino all’altro, e penso che siamo tutti sulla stessa barca, tutti esposti alla marea, agli eventi che travolgono le nostre esistenze e ci cambiano per sempre.

Possiamo essere anche grandi e spigolosi, ma la vita smussa gli angoli ed erode le nostre certezze, creando nuove spazi di crescita e adattamento.


A volte crediamo di non uscirne vivi, di rimanere seppelliti dall’impetuosità degli eventi, e invece come la Fenice, rinasciamo dalle nostre ceneri, con qualche cicatrice forse e un bagaglio di lezioni che non dimenticheremo mai, ma rinasciamo ancora, il primo giorno del resto della nostra vita. 

Il tempo passa, si formano nuovi equilibri, quello che credevamo ci avrebbe sommerso in realtà ci ha insegnato a respirare sott’acqua.


E torniamo a camminare per le vie del mondo fino alla prossima onda che nel bene e nel male ci fornirà nuova spunti di crescita ed evoluzione.
Con una consapevolezza in più, però, quella che non siamo soli a percorrere il viaggio, che siamo tutti uniti da un destino comune, che è quello di resistere alle avversità, di adattarsi ai cambiamenti, e di essere fluidi come l’acqua fra gli scogli, che si infrange inizialmente, ma poi si fa strada in ogni anfratto.
Fluidi e allo stesso tempo solidi come i sassi fra la schiuma profumata, che vengono travolti ma non si spostano mai.



Come in alto così in basso, dice un vecchio adagio, il cielo che a volte si confonde col mare, il mare che sconfina nell'orizzonte, i confini che non esistono più, e presenze che si fanno vedere solo per un istante, per ricordare che ciò che non si vede non significa non esista, e che siamo un tutt’Uno col mondo che ci circonda. 





Grazie a Patricia Quinto Cotarate, fotografa dotata di grande  talento e sensibilità per le splendide immagini che colgono con precisione e maestria i messaggi dell'Universo.
E grazie soprattutto per aver scelto me per questo progetto che insegna a spingersi "OLTRE LO SGUARDO", risvegliando quel sentire profondo che ci ricorda di essere parte di qualcosa di più grande.
Il suo talento e la sua amicizia sono per me un grande dono e fonte di crescita e stupore continuo.

Con gratitudine...




lunedì 5 marzo 2018

L'Amore è per la gente vera...







C'è una mia cara amica, P., una donna in cerca dell'amore, quello che consuma, sconveniente, folle, autentico.

Non cerca l'uomo perfetto, ma l'uomo che la sappia amare come lei ha bisogno di essere amata.
Un uomo onesto, cazzo, corretto, che non si nasconde dietro a scuse infantili se non è coinvolto, se non si vuole impegnare, se non vuole condividere niente che non sia sesso occasionale per passare il tempo e ingannare l'attesa di questa vita.
Lei è una donna "tonda", piena di sentimento, di cuore, di desiderio di condividere il tempo, lo spazio, le sue passioni con un uomo che non  sia solo all'altezza delle aspettative che ha, ma che le superi prepotentemente con la forza di una personalità matura e travolgente.

E poi c'è S, vulcanica e godereccia, che dopo la triste fine di un matrimonio che credeva basato sulla sincerità (che ha scoperto in seguito essere solo la sua) cerca un uomo col quale ridere, col quale confidarsi, che sia un buon amico e un uomo trasparente, da cui non aspettarsi sorprese, che se dice sì è sì, no è no, non mi interessa non gli interessa, ci voglio provare ci prova davvero. 
Un uomo "vero", nel senso di autentico, che si assume la responsabilità delle sue parole e che alle stesse fa seguire i fatti. Un bipede dotato di coerenza e intelligenza.

Non bisogna mica essere dei supereroi, basta essere onesti, e avere il coraggio di parlare chiaro e non nascondersi dietro a un dito di menzogne che poi diventano un muro che non si abbatte più. Anche perchè le bugie si sentono e lasciano dentro un'amarezza tale da deludere anche l'animo più gioioso.
Il problema è che tutti vogliono sembrare perfetti agli occhi degli altri, e tessono tele di finte verità che prima o poi crollano come castelli sulla sabbia. 

Sapete cosa penso? Che le persone che vogliono le stesse cose esitano ma non riescano ad incontrarsi, perchè sono così impegnate a cercare di essere qualcuno che non sono per piacere a qualcun altro che fa la stessa cosa, che non si ricordano più chi sono davvero e finiscono per perdersi completamente, senza sapere che ciò che stavano cercando era proprio davanti ai loro occhi ma non lo avevano riconosciuto.

E a volte il nostro bisogno di amore ci inganna, creando un miraggio che solo col tempo si mostra per quello che è: un'illusione.
E' come se l'imperativo principe quando si conosce qualcuno sia quello di far vedere ciò che vorremmo essere ma che in realtà non siamo, la migliore versione di un noi ipotetico, il meglio del meglio che c'è in circolazione  senza sbavature.
Ma non è così, la perfezione non esiste, e il cielo ce ne scampi! I difetti, le mancanze, i limiti, le difficoltà sono il sale di un rapporto, il mattoncino su cui costruire una relazione onesta, in cui le zone d'ombra non diventano buchi neri che ci inghiottono per sputarci poi altrove, ma un'occasione di crescita e l'opportunità per creare un'intimità autentica e profonda.

Ho l'impressione però che oggigiorno nessuno abbia più voglia di investire davvero in una relazione. Tutto rimane superficiale, nessun coinvolgimento vero, appena si paventa la possibilità di legarsi a qualcuno si tira il freno a mano e si cambia direzione.
E dire che quando le emozioni ci travolgono la vita sembra assumere un altro sapore, tutto diventa degno di essere vissuto, un film di cui scrivere ogni giorno una scena nuova ed avvincente.
E invece si vive in punta di piedi, attenti a non sconvolgere falsi equilibri tristi, a non permettere a nessuno di vedere oltre la coltre grigia delle nostre paure. Una farsa continua, che a forza di essere recitata finiamo per credere sia la realtà.

Ma se non ci mostriamo veramente per quello che siamo, nessuno potrà amarci davvero sinceramente. Non dobbiamo fingere di volere qualcosa o essere diversi da ciò che siamo per piacere a qualcuno. Se lui o lei non ci apprezza, ci sarà qualcun altro che lo farà. E invece la paura di restare soli e di non essere all'altezza delle situazioni ci porta spesso ad indossare una maschera che poi diventa una gabbia che non riusciamo a togliere più.

Il bisogno di Amore ci rende fragili e sottolinea una profonda insicurezza personale che ci fa sentire "NON ABBASTANZA".

Ma per avere cose mai avute bisogna fare cose mai fatte.

Quindi, per avere un Amore vero bisogna essere come ciò che desideriamo, autentici, senza compromessi, senza accontentarsi, senza paura.

Un grande amore prevede un grosso rischio, tutto dipende da quanto lo desideriamo e da quanto siamo disposti a metterci in gioco. E se capiamo che chi abbiamo davanti non viaggia con noi, cambiamo treno, cambiamo destinazione, andiamo per la nostra strada, prima o poi il giusto compagno di viaggio arriverà, non sprechiamo tempo prezioso che non tornerà più.

Per un viaggio che faccia davvero la differenza ci vuole coraggio, il coraggio di essere trasparenti, vulnerabili e disposti a vivere la vita col piede sull'acceleratore, sempre.

La vita è una, e far finta di viverla è il peggior torto che possiamo fare a noi stessi.
Pensiamoci.

sabato 10 febbraio 2018

Speedlove....




Si dice che non basti una vita per conoscere una persona, eppure a volte bastano pochi minuti per capire se chi abbiamo davanti merita una seconda chance.
Se è vero che l’abito non fa il monaco, è altresì vero che a volte lo fa!!
E le reazioni sensoriali che nascono quando incontriamo una persona per la prima volta ci dicono molto, non tanto su di lui, ma su di noi, su quello che vogliamo davvero e su quello che non siamo disposti ad accettare.

Quante volte ci è capitato di dire:” Ho conosciuto una persona, ci ho parlato qualche minuto e ho sentito subito un certo feeling?!”
Su questo principio si basa lo SPEED DATE, metodo di incontro fra i più discussi ma anche anche frequentati.!!

Che cos’è?

E’ l’incontro fra sconosciuti (uomini e donne in numero uguale)che si parlano per pochi minuti. Le donne sono sedute ognuna a un tavolino e gli uomini ogni tre minuti scorrono a quello vicino. In questo modo tutti parlano con tutti.
Vietato scambiarsi numeri di telefono o mail fino alla fine del giro, e li potranno avere solo gli uomini ai quali le donne avranno scritto SI’ su un foglietto, e sempre che anche loro abbiano fatto lo stesso (il cosiddetto match).
Quando se ne parlò per la prima volta, il sociologo Francesco Alberoni commentò così: “E’ una pazzia, durerà pochissimo”.
Invece lo speed date ha compiuto vent’anni. Il primo fu organizzato a Los Angeles nel 1998, e in Italia esiste da ben 15 anni.

Perchè così tanto successo? E soprattutto, è davvero possibile incontrare qualcuno che possa fare la differenza in soli tre minuti? 
Qual è la parola magica che fa scattare l’interruttore dell’interesse?
L’aspetto fisico arriva sicuramente per primo, e possiamo dirci quanto vogliamo che la bellezza non è tutto , ma se quello che vediamo non ci piace, o semplicemente non c’è quella sensazione a pelle che ti spinge ad andare oltre, sarà difficile fare il passo successivo.
Puoi essere anche Giacomo Casanova, ma se in tre minuti riesci solamente a identificarti e a chiarire che non hai reati a carico, l’interesse è difficile che decolli.
Qual è allora l’ingrediente magico che determina la scelta? 
Cosa colpisce in prima battuta? Quello che dice, o quello che non dice? Quello che arriva a pelle o le sensazioni che sotto pelle mandano un messaggio?

Si dice che basti un attimo per innamorarsi di qualcuno, ma è anche vero che non basta una vita per conoscere una persona.
Si dice anche che gli occhi siano lo specchio dell’anima e che sia facile capire se uno mente avendolo davanti, ma vi ricordo che i migliori bugiardi sono quelli che lo fanno guardandovi in faccia.
E allora perchè scegliere lo speed date per incontrare qualcuno?

Dall’indagine che ho effettuato i motivi possono essere diversi:

  • gli altri metodi non hanno dato i risultati sperati e si cercano nuove strade nella speranza di incontrare qualcuno che valga la pena conoscere;
  • Vincere la solitudine o la propria timidezza/ insicurezza nel conoscere un’altra persona. Agli speed date si va da soli e si è “costretti” a interagire con l’altro.
  • Non si ha il tempo o la voglia di “faticare” per incontrare qualcuno, e si sceglie questo strumento per massimizzare le possibilità di riuscita.
  • Curiosità

In una società che ha fatto dell’uso del tempo il metro di giudizio di ogni situazione, come si inserisce il bisogno crescente di conoscenza e interazione?
Se tre minuti è l’intervallo dentro il quale sparare le cartucce migliori per destare l’interesse dell’altro, come possiamo sperare di vivere una relazione a lungo termine senza cadere nella noia e nella superficialità?


Quando si parla di amore, c’è davvero un “tempo” da rispettare?


martedì 21 novembre 2017

Il tempo di un caffè....riflessioni..



A distanza di una settimana dal “Tempo di un caffè”, è tempo (scusate il gioco di parole) di qualche riflessione. 

Avrei potuto scrivere qualcosa a caldo nei giorni stessi dello svolgimento di questo splendido esperimento, ma ho voluto far decantare il tutto per permettere ai contenuti salienti di venire a galla.
Come l’anno scorso, e forse meglio dell’anno scorso, più che un esperimento è stata una manifestazione di intenti, non solo quelli degli organizzatori, ma anche quelli di chi ha partecipato. 
E sono stati tanti.

Ognuno con la sua storia, la sua curiosità, la voglia di incontrarsi di nuovo vis a vis e parlare. 
Sì, parlare, come si faceva una volta. E di cosa si è parlato? Di tutto, di se stessi, della vita e di cosa ci si aspetta da questo pazzo mondo, il tutto partendo da una parola estratta casualmente da una scatola posta in mezzo al tavolo.

E da una parola si è spaziato ovunque, perchè ognuno dà un significato che è solo suo, che proviene dal suo vissuto e dalla sua sensibilità. E tutti questi significati hanno creato una storia, la storia di quella parola, raccontata da un gruppo di persone sorseggiando il caffè.

Una grande magia e un grande potere scaturisce da questi momenti, in fin dei conti, “all’inizio era il VERBO”, e dal VERBO iniziò tutto, la conoscenza, lo scontro, l’incontro ma in ogni caso un confronto che arricchisce e poi non si è più gli stessi.
Il freddo della tecnologia è rimasto chiuso in una scatola, mentre si è fatto spazio il calore degli individui, incuriositi e stimolati dall’incontro reale e non virtuale con altri appartenenti allo stesso genere, quello umano. 

E dire che da piccoli ci dicevano sempre di non ascoltare gli sconosciuti… chi lo avrebbe detto che infrangere questa regola da grandi avrebbe regalato invece un momento di vicinanza e allegria senza pari?

Due giorni di ilarità, sorpresa, incanto, la partecipazione di un ragazzo straniero che non si è fatto intimidire dall’ostacolo della lingua, perchè non si comunica solo con le parole, ma anche con la presenza, lo sguardo, una stretta di mano, un sorriso.

Se bambini di nazionalità diversa posso giocare insieme, perchè non lo possono fare gli adulti? Non siamo forse bambini cresciuti? E allora, cosa ci siamo persi per strada, cosa non ci ricordiamo più? 
In questa settimana di riflessione e ritorno alla vita “normale”, ho preso un po’ le distanze dalla tecnologia, preferendo ai messaggi le telefonate, e spesso anche un incontro veloce con gli amici, per un saluto, due chiacchiere, un abbraccio. Per guardarsi in faccia, insomma.

Se mi è mancato il mondo virtuale? Neanche un po’.
Se mi era mancato il CONTATTO con le persone? Non credevo così tanto fino a quando non ho riprovato la sensazione del vivere la vita vera. 

Il tempo? Si trova! Se vogliamo lo troviamo, altroché.
Se invece vogliamo nasconderci dietro al “non ho tempo”, che la maggior parte delle volte è un “non ho voglia”, allora è un’altra cosa.
Certo, gli impegni sono tanti, la vita ci centrifuga e fagocita con le sue mille sfaccettature, ma siamo noi i padroni del nostro tempo, e siamo sempre noi che decidiamo se saltare o no sul treno.

Sta di fatto che fra ”USARE” e “SUBIRE” la tecnologia c’è una bella differenza. 
Utilizzare strumenti veloci e immediati per ridurre le distanze e il tempo con cui si mandano comunicazioni o si interagisce con chi è a centinaia o addirittura migliaia di chilometri da noi è una grande conquista.
Aumentare le distanze con chi abbiamo vicino è invece una grande sconfitta.

Perchè vedete, l’uomo cerca sempre di migliorare le proprie condizioni di vita, è nella  sua natura non accontentarsi della mediocrità, è nel suo destino l’evoluzione e il superare i propri limiti ( spesso autoimposti).

Ma la cosa che lo frega sempre è passare il timone della propri vita agli strumenti che lui stessi crea per migliorarne gli aspetti, finendo per soccombere alla pigrizia, all’indolenza e alla comodità, dimenticando i suoi reali bisogni e perdendo quell’umanità che rappresenta invece il nostro reale stato d’essere.

Sento dire molto spesso “Si stava meglio quando si stava peggio”, ma non è proprio così.
Quel si stava peggio non si riferisce alla vita che si conduceva allora, perchè penso che nessuno voglia tornare a momenti di austerità. Credo invece che venga usata impropriamente in riferimento alla mancanza di tutti gli strumenti che hanno invece sostituito oggi le relazioni umane. Lo hanno fatto, però, perchè noi glielo abbiamo permesso, perchè ci fa comodo, perchè ci siamo impigriti emotivamente e mentalmente, oltre che fisicamente.

Non posso fare a meno di chiedermi: qual è il problema di chi si sta soffocando con un cappio al collo se le estremità della corda è lui stesso a tenerle?



martedì 7 novembre 2017

La tazzina del diavolo...







Robusto, dolce, intenso ed eccitante, nervoso, corposo, oscuro ed accattivante…
Il caffè o lo si ama o lo si odia, non ci sono vie di mezzo, lo si colloca nel Paradiso dei sapori estatici o nell’inferno delle dipendenze viscerali.
La sua intrigante ritualità ha contribuito alla creazione di un mito di cui non si può più fare a meno.

La sua più grande qualità è resa nota già dal nome: quello arabo di “qahwa”( eccitante) dato dai mercanti che intorno all’anno mille riportarono dall’Africa questo prodotto poi chiamato in turco “kahve”e diventato poi il caffè diffuso dai mercanti veneziani sul fare del 17° secolo come “vino d’Arabia”. 

Eppure la bevanda che corrisponde alla mattutina preghiera quotidiana del 65% dei suoi consumatori (su una media mondiale di oltre 4 miliardi di tazzine consumate ogni giorno) di sacro non aveva proprio nulla: anzi, per quella pericolosa eccitazione provocata, la “bevanda del diavolo” venne inizialmente relegata più alle taverne che alle tavole altolocate.

Come uscire dal purgatorio della terra di mezzo per approdare alla spiaggia degli osannati e venerati dei pagani?
Semplicemente puntando al vertice, e fu proprio il rappresentante di Dio in terra a redimerlo dalla sua qualità di esiliato per farlo ascendere a quello di adorato.
Papa Clemente VIII, infatti, incuriosito da questo liquido malefico perché musulmano, decise che il peccato più grande sarebbe stato lasciare una bevanda così buona agli infedeli, e che l’unico modo per liberala dal peccato sarà stato ribattezzarla. 
La “bevanda di Satana” divenne quindi il “caffè” che tutti conoscono, e Venezia la prima città ad ospitare il primo”Caffè” nel 1640, in virtù del commercio esistente e della sua predisposizione all’apertura e alla “contaminazione”.

E la segue a ruota Parigi, città letteraria e mignotta, aperta alle rivoluzioni di ogni genere, culturali, mentali e sensoriali, che portò persino Luigi XIV ad inserire la sua coltivazione nel Jardin du Roi.

Il resto è storia, ma perché non raccontarne un po’?
In fin dei conti chi non ama curiosare nella vita degli altri? I social media insegnano in questo, o no?

Sappiate, cari amici, che nel 1732 Bach scrisse una meno conosciuta Coffee Cantata dedicata proprio al dolce gusto del caffè, e che il caro Beethoven non poteva fare a meno del suo caffè preparato con 60 grani esatti! 

Giuseppe verdi lo definì balsamo per il cuore e lo spirito, ma sul podio degli estimatori dell’ "oro nero” troviamo il re dei romanzieri  di Francia, talmente dipendente e ossessionato dalla bevanda del diavolo da berne (si dice) 50 tazze al giorno, e avergli dedicato un piccolo Trattato ( compreso in un più esteso Trattato sugli eccitanti moderni) come appendice a un’edizione della “Fisiologia del gusto” del gastronomo Brillat-Savarin.

Balzac spiegò, come solo lui poteva fare, le virtù del nero caffè:
“I ricordi arrivano a passo di carica e insegne spiegate, la cavalleria leggera del paragone parte al galoppo; l’artiglieria della logica accorre con treni e carrozze; lo spirito arriva in gran tiro; le figure si alzano e la carta si copre di inchiostro…”.

Lo amava, il caffè, non ci sono dubbi, anche se come spesso succede, le passioni uccidono! Morì infatti di crisi cardiaca a 51 anni!
Un’ingiustizia vera e propria se si pensa che Voltaire, invece, che ne bevve una quantità pressoché uguale unito al cioccolato, arrivò indenne agli ottant’anni!

Forse il suo segreto è stato esagerare, scatenando un picco glicemico evidentemente propedeutico alla creatività più spudorata!



Dolce o amaro, macchiato o schiumato, lungo o corto, espresso o americano, il caffè è il re indiscusso dei riti, aggravante per eccellenza in ogni relazione e rifugio indiscusso di ogni emozione…

“ Sei triste? Fatti un caffè!”
“Sei stanco?..Bevi un caffè”
“Mi piaci…ci facciamo un caffè?”
“Dobbiamo parlare…davanti a un caffè?”
“Ho voglia di qualcosa di buono….mi preparo un caffè”
“Sono confuso…mi ci vuole un caffè..”




Caffè ed emozioni, un connubio perfetto, i pezzi di un puzzle che si incastrano perfettamente, un mix micidiale ed estatico.

Il caffè parla il linguaggio dei sensi e si fa portavoce di parole non dette, si fa taxi privilegiato di sapori pungenti ma necessari.





Come il sesso, il cioccolato e la risata, del caffè non si può fare a meno..
E se fosse facile liberarsene, non si chiamerebbe ossessione

Buon caffè a tutti…;-)




martedì 31 ottobre 2017

PROFESSIONE MAMMA!!!






Dieci donne intorno a un tavolo che bevono il caffè e fanno le chiacchiere di prima mattina fanno confusione, ma dieci donne che sono anche mamme fanno il delirio! 
Completamente incuranti di dove sono, delle persone che hanno intorno e del rispetto che bisognerebbe avere in un luogo pubblico, hanno creato un’atmosfera così pesante da risultare insopportabile. 

Sembrava la riunione di una cosca che aveva come ordine del giorno la risoluzione di un problema, e come in ogni associazione che si rispetti, il boss prende la parola e impone il tono della conversazione. 
Il gruppo si spacca di fronte alle soluzioni proposte, la fazione armata contro la parte moderata, con un tono di voce talmente alto da rendermi difficile ascoltare anche i miei pensieri.

Ma a loro non interessa, devono risolvere un problema, e non si curano minimamente delle persone che invece vogliono solo ritagliarsi un momento per rilassarsi prima di andare al lavoro o affrontare semplicemente la giornata.
Donne che sono totalmente calate nel loro ruolo, che non hanno altri argomenti se non i loro figli, e che sembrano aver dimenticato anche le basi dell’educazione. (adesso mi spiego molte cose sulla maleducazione di tanti bambini).

Le osservo (e sento soprattutto) e mi sento profondamente diversa. Non che la sensazione sia nuova per me, anzi, o che mi interessi.
La diversità è qualcosa che mi accompagna da sempre, in cui mi sento a mio agio e che non ho mai cercato di nascondere.
Eppure sono mamma anche io, amo mio figlio sopra ogni cosa e per lui faccio e farò sempre tutto quello che è in mio potere, ma da qui a perdere la mia identità di donna a favore di quello di mamma proprio no. Mamma isterica e paronoica, poi, anche no.
Che problema hanno queste donne che fanno delle situazioni che gravitano attorno ai loto figli delle crociate in cui tirar fuori il peggio di loro?
E poi scusate, ma una vita vostra, al di fuori dei figli, non ce l’avete? Se non parlate di loro, dei loro interessi, dei loro problemi, etc, non avete altri argomenti? Come avete vissuto prima di diventare mamme? Chi eravate prima di essere genitore? Nessuno? 
Io certe cose proprio non le capisco. 

E non vuol dire che non sia una mamma attenta, anzi, ma non sono una posseduta!
A certe mamme, più che uno psicologo serve un esorcista! Fanno discorsi con certe espressioni del viso che fanno paura! Si trasfigurano completamente, e non solo perché è Halloween, ma perché hanno un problema!! 

Non posso fare a meno di chiedermi: ma quando i figli prenderanno la loro strada e si sganceranno dalle mamme ( sempre che le mamme glielo permettano), cosa faranno queste donne senza più un’identità?
Si ricorderanno chi sono, sempre che lo abbiano mai saputo?

E il loro ruolo di moglie e compagna, che molto spesso viene messo da parte fino a quando “i bimbi non crescono” che fine fa? E la relazione con il loro uomo? Reggerà i colpi di questa scelta a senso unico o perirà miseramente sotto i colpi dell’indifferenza, delle responsabilità e forse di qualcun’altra?
Sì perché non ci si può lamentare se il malcapitato di turno cerca altrove l’affetto e il calore che ogni persona desidera nella propria coppia, o sbaglio? Da protagonista della vita a due a semplice controfigura per un tempo indefinito in zero-due senza passare dal via. 
E alla domanda che molti uomini esasperati fanno: “E io?”
La risposta è quasi sempre “Le faremo sapere”!

Poi ci sono quelle come me che appena vedono i capannelli di mamme che fanno le chiacchiere cambiano strada, o fingono di parlare al telefono o arrivano di corsa a lasciare il putto a scuola e scappano via alla velocità della luce che Beep Beep in confronto è il maratoneta della domenica. 

E’ inutile, mi viene l’orticaria, mi sale un fastidio cosmico a sentire quelle chiacchiere inutili e superflue il più delle volte che non potete capire. Per non parlare dei gruppi WhatsApp di mamma. Scusate, non riesco a parlarne, mi sento male.

Ma scusate, le nostre mamme mica si comportavano da perfette psicopatiche, o ricordo male io? I compiti li facevamo da soli noi, mica con la supervisione costante di Joe Falchetto! E se non li avevamo scritti, una volta si telefonava all’amichetto e si chiedeva, ma la volta dopo si andava a scuola senza così la volta dopo ci saremmo ricordati!

Cosa è cambiato dal ruolo di mamma di qualche anno fa a quello di oggi?
Che oggi è diventata una PROFESSIONE e uno STATUS, non più un VALORE AGGIUNTO che rende una donna completa ( se la maternità è desiderata, ovviamente).
E’ un ruolo che viene ostentato e che deve avere il suo segno di riconoscimento, che molte volte, però, passa attraverso la maleducazione e l’esagerazione.

Non posso fare a meno di chiedermi: se usciamo dalle definizioni e dalle identificazioni che sembrano necessarie per avere un ruolo in questa società, sappiamo CHI SIAMO?

Non faccio di tutta l’erba un fascio, ma i fasci sono molti, sappiatelo!


Dal disagio è tutto.

mercoledì 25 ottobre 2017

Mondo gatto!!








Il mio povero nonno, che al tempo fece la prima guerra mondiale, si rivolterebbe nella tomba a una notizia del genere! 
Sì, cari miei, perché chi è cresciuto con l'idea (mica sbagliata, eh?) che il gatto debba catturare il topo, o lucertole o passerotti che siano, difficilmente concepisce questo cambiamento nello status quo della vita animale.

Un tempo il gatto aveva un "Umano di riferimento" da cui tornava dopo scorribande e tafferugli vari per rifocillarsi, stava all'aperto, cacciava e si accoppiava liberamente spargendo figli più o meno legittimi in ogni dove.

Non era sterilizzato, viveva la sua vita con quei piccoli compromessi necessari per avere un pasto nel caso la caccia andasse male, dormiva dove capitava se non rientrava in tempo per stare nel sottoscala o comunque al riparo, e rubava il cuore delle micie col suo fare mascalzone e ruffiano.
Oggi il gatto ha uno staff a sua disposizione, viene sterilizzato per non dover pagare gli alimenti alle gatte sedotte e poi abbandonate, vive in casa dividendo gli spazi con i suoi sudditi umani, mangia cibo di prima qualità e ha una vita sociale più attiva di una star del cinema.


Siccome la sua indole indipendente e un po' marchettara piace a molti (me compresa😂), perché ha capito alla grande come si vive, si è creata attorno alla sua immagine un business di tutto rispetto, e la sua compagnia, preferita da molti a quella umana, lo ha lanciato nell'olimpo degli Dei, ovvero di quelle figure che insegnano come stano le cose semplicemente essendo quello che è.

E il gatto è uno
STRONZO, perfettamente in linea con le figure più amate di sempre: l'uomo stronzo è quello che infrange i cuori, la donna stronza, felina e inafferrabile è quella che fa perdere la testa, e un atteggiamento stronzo, nel senso di indipendente, sicuro ma onesto (ti faccio vedere come sono, se ti piace bene altrimenti bene lo stesso) è vincente su tutto.



Quindi, da oltre oceano, non poteva che arrivare l'ultimo delirio in tema animalier, ovviamente un successo annunciato:
IL VINO PER GATTI E CANI, indispensabile per festeggiare il rientro a casa del loro umano preferito e ufficiale o tutte le occasioni importanti!
Noi umani non disdegnano un buon bicchiere di vino di rientro da una giornata di lavoro, perché allora non dovremmo condividere quel momento di relax col nostro amico peloso comodamente seduti sul divano?

Così, vicino al nostro Chardonnay ecco comparire il
MosCATo  😸, ovviamente analcolico, o lo CharDOGnay 🐶, per permettere ai nostri coinquilini di fare l'aperitivo come tutti, magari accompagnato da finger food a base di sushi o di Cosmic Gold scatolette perché si sa, un po' di fondino bisogna farlo, di qualità ovviamente.

E poi scusate, nascono dei gattini e non vogliamo fare un brindisi con i neo genitori, prima di dare in adozione i loro pargoli?
Inoltre una ricerca dell'ultimo periodo ha evidenziato che la vendita di prodotti per animali ha superato quella per i bambini, e vi ho detto tutto.



🤭
Che siano i migliori amici dell'uomo nessuno lo mette in dubbio, e neanche che siano migliori della maggior parte degli esseri umani esistenti sul pianeta, ma da qui a umanizzare la loro natura mi sembra un po' eccessivo, anche perché chi ci rimette, forse, sono proprio loro!